lunedì 27 maggio 2013

traducibilità

gli umani pensano in un linguaggio universale, e traducono poi il contenuto nella propria lingua per comunicarlo, o invece elaborano direttamente l'idea nella forma linguistica che gli è propria dallo svezzamento? come pensa un bambino di 10 anni che ho tenuto prigioniero dalla nascita senza fargli udire alcuna parola?
forse le neuroscienze o chi per esse hanno già una risposta, ma intanto io sono abbastanza combattuto.

se è la prima, due linguaggi sono traducibili perché entrambi segni di un qualcosa di sottostante e comune. quindi le idee umane in qualunque lingua siano espresse sono confrontabili, giudicabili, più o meno aderenti al vero, che quindi abbiamo scoperto esistere.

se però è la seconda siamo in un pandemonio, perché se ogni lingua(/cultura) dice ciò che pensa il suo popolo (e non ne è una traduzione ambientalmente e storicamente determinata), i valori sono incomunicabili e i concetti tradotti sempre approssimativi. senza un sostrato che funga da metro, non ha senso paragonare le idee e quindi si va a finire in un relativismo che di più non si può. e questo vale sia sincronicamente sia diacronicamente cioè nel corso storico, il che vuol dire che anche se leggo mille volte marsilio ficino che scrisse nel 1400, non capirò mai ciò che vuole dire; o lo capirò solo lavorandolo ai fianchi, ammorbidendone le asperità o facendo finta che siano metafore, spostandolo sul mio piano di realtà.

bisogna anche ricordare che quella di parlare lingue diverse è nientepopodimeno che una punizione di dio, quindi si rischia di sottovalutarla credendo di vincerla con un buon traduttore.
certo per ragioni di vita pratica alla fine si fa come questo problema non esistesse, ma a me il dubbio sconquiffera.


4 commenti:

  1. il tuo esempio di Ficino ci porta a dire quindi che questo relativismo è già intrinseco tra i parlanti di una stessa lingua se di epoche diverse. io lo estenderei anche alla stessa epoca, dovuto però ad una grammatica e sintassi che non è più nazionalpopolare bensì accademica. la gente legge la punteggiatura e non la metafora o la provocazione volta a far pensare, questo è un altro discorso però. ti ricordi di quando parlavamo di avere più vite per dedicarne una per una ad unici scopi? ecco, servirebbe una vita per imparare una lingua e leggerne le proprie letterature o quel che sia. le traduzioni ahimè servono per godere a rate di pensieri altrui, chiaramente vorrei imparare il tedesco per leggere una poesia di Holderlin ma la mia pigrizia non me lo concede (quindi meglio non leggerla affatto o accontentarsi della traduzione?). alla domanda iniziale risponderei che sì gli umani pensano in un linguaggio universale teso però solo all'azione. mi spiego: se prendessimo 5 bambini della stessa di nazionalità differenti, con nessuna nozione imposta prima, facendoli interagire con oggetti o cibo, il pensiero sarebbe comune nella ricettività. potrebbe chiamarsi istinto naturale o legge della sopravvivenza. detto ciò il bambino di 10 anni imprigionato non può avere pensieri se non che non facciano parte della sfera personale dell'esperienza in prigione. QUINDI, e ho finito, elaboriamo l'idea nella lingua assegnataci dalla provvidenza. un pensiero esisterà pure senza la parola, viceversa la parola, di senso compiuto, mai senza il pensiero.

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  2. e se lo espandi ancora un poco, arrivi alla piena incomparabilità di ogni linguaggio parlato, il che vuol dire che anche fra me e te e nadi ci leggiamo l'ortografia ma non capiamo cosa sta dicendo realmente l'altro. oppure ci si accontenta di godere anche qua a rate i pensieri altrui. la cosa sul linguaggio comune pratico ci sta, ma si lo metto già in una categoria diversa, non linguistica ma tipo ad immagini o boh.

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  3. da (futuro) logopedista posso rispondere con certezza: i pensieri si strutturano attraverso le parole, ed è attraverso le parole che organizzi qualsiasi tua esperienza. il bambino di 10 anni che hai rapito sarà prestazionalmente inadeguato (per la sua età) rispetto agli stimoli ed alle richieste che provengono dal mondo esterno. prova a organizzarti un pomeriggio qualunque solo per immagini, e non per parole: prima a lezione in bici portando quei libri e quaderni; dopodiché aperitivo con X e Y e nel luogo Z all'ora Q, e via così. alcuni concetti, poi, esistono solo perché esiste il termine corrispondente, tipo i paroloni dei filosofi o qualunque azione nella forma di verbo declinato al futuro anteriore (inizierò a studiare dopo aver bevuto il caffè....). insomma, del mondo capiresti poco, perché non avresti gli strumenti per organizzare, integrare, connettere le esperienze vissute (e quelle che hai intenzione di provare), e sarebbe poco quello che potresti fare: per riprendere l'esempio di gabri, l'attività dei 5 bambini è assolutamente legata al contesto contingente. tant'è che che nella cultura occidentale di qualche generazione fa era valida l'associazione sordo(muto) = scemo (e pensa solo all'aiutante di zorro).
    la tue belle riflessioni e la tua sorprendente scoperta in realtà son già state ampiamente discusse ed approfondite. già dal secolo scorso non si parla più solo di significato (concetto) e significante (parola), ma anche di referente, ovvero la cosa a cui io ho associato il concetto: se tu parli di CANE io capisco perfettamente a quale mammifero ti riferisci, ma l'immagine mentale evocata per me sarà un labrador e per te un golden retriever (scelti a caso). la lingua è un codice indissolubilmente legato con il contesto culturale in cui è usato, da quello più intimo (personale, familiare e tra amici) a quello più esteso dove le differenze si manifestano maggiormente (prendi inglese-cinese, o l'italiano di oggi con quello di 50 anni fa, per dire). se la si mette così, per essere sicuro di aver capito cosa tu volessi dire, dovrei esser sicuro di essere te; per capire la filosofia di marsilio ficino avrei dovuto vivere con lui, ecc ecc ecc. in realtà, da quanto mi insegnano, la comunicazione è costruzione comune e condivisa di significati, per cui è ovvio che per capire te devo avvicinarmi al tuo mondo e farti avvicinare al mio quando ti rispondo (anche solo con una corretta selezione del lessico). è un peccato non aver vissuto con shakespeare, ma non per questo posso escludere a priori di poterlo capire, se dispongo di un testo commentato e con molte note.

    mi rendo conto di esser stato un po' contorto ma spero di averti illuminato (un pochino!)
    sk

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  4. sempre sk. credo di dover fare qualche piccolo aggiustamento..
    a) non intendo dire che i sordi siano scemi, un ritardo cognitivo consistente lo osservi in un soggetto deprivato totalmente di opportunità linguistiche in ogni forma (lingua parlata, scritta, dei segni, ...). cercati le storie degli enfants sauvages.
    b) non so se son riuscito a rispondere alla tua domanda per cui rincaro la dose: si può parlare di linguaggio universale (anche per immagini o gesti) se ti riferisci ad azioni tipo pappa cacca nanna. ad un aumento di complessità di esperienze corrisponde un aumento della sofisticazione della comunicazione. numerosi linguisti (partendo da chomsky, un linguista cazzutissimo e super famoso) hanno provato a tracciare il profilo di una "grammatica universale", con risultati a mio parere deludenti. se è vero che l'acquisizione del linguaggio segue certe tappe (prima i nomi vicini alla vita del bambino, per ultimi gli articoli; prima i verbi attivi e solo dopo quelli passivi), la variabilità da lingua a lingua è gigantesca.
    c) quanto detto qui sopra è frutto di studi opinioni discussioni esperienze e confronti di centinaia di linguisti pedagogisti psicologi neuropsicologi logopedisti mamme di tutto il mondo e varie epoche, non miei semplici svarioni :)

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