Antefatto. Torino, 2005. Viene abbandonata la costruzione di un edificio in via Gorizia 114, quartiere Santa Rita: inizialmente destinato a diventare il Centro diurno di Salute mentale del poliambulatorio dell’Asl di zona, il complesso rimane in stato di abbandono per diversa destinazione dei fondi pubblici.
Fatto. Torino, inizio di questa settimana di fine Maggio 2014. Torino Mad Pride, associazione culturale di promozione sociale nata in città nel 2011 procede ad una pacifica occupazione dei locali di via Gorizia. L’obiettivo è di riportare alla vita quello spazio, facendone il centro operativo delle attività dell’associazione.
La visita. L’ignoto stesore di questo post, venuto a sapere dell’occupazione, si reca in loco nella serata di mercoledì 21, dove non in quest’ordine:
-assiste ad una performance teatrale nell’ingresso dell’edificio, insieme ad un caldo pubblico radunato in cerchio intorno all’attore: tratto dalla teleradionovela Gli Aberranti, di e con Luca Atzori, lo spettacolo è bello e coinvolgente;
-compra un bel maglione da un banco del riuso ad offerta libera;
-si beve una birra;
-passeggia per la galleria d’arte 2=0, di Lorenzo Peirani e Simone Sandretti, il quale si esibirà poi anche in uno spettacolo itinerante a far conoscere l’edificio al pubblico. Tutto molto bello.
Fatto. Torino, inizio di questa settimana di fine Maggio 2014. Torino Mad Pride, associazione culturale di promozione sociale nata in città nel 2011 procede ad una pacifica occupazione dei locali di via Gorizia. L’obiettivo è di riportare alla vita quello spazio, facendone il centro operativo delle attività dell’associazione.
La visita. L’ignoto stesore di questo post, venuto a sapere dell’occupazione, si reca in loco nella serata di mercoledì 21, dove non in quest’ordine:
-assiste ad una performance teatrale nell’ingresso dell’edificio, insieme ad un caldo pubblico radunato in cerchio intorno all’attore: tratto dalla teleradionovela Gli Aberranti, di e con Luca Atzori, lo spettacolo è bello e coinvolgente;
-compra un bel maglione da un banco del riuso ad offerta libera;
-si beve una birra;
-passeggia per la galleria d’arte 2=0, di Lorenzo Peirani e Simone Sandretti, il quale si esibirà poi anche in uno spettacolo itinerante a far conoscere l’edificio al pubblico. Tutto molto bello.
Giovedì 22 Maggio la palazzina viene sgomberata e l’occupazione, apparentemente, termina.
Due parole a freddo/caldo. L’indomani incontriamo Luca Atzori, che oltre che attore è vicepresidente di Torino Mad Pride.
Riportiamo qui un resoconto della chiacchierata che abbiamo avuto, cui sincera premessa sono stati i nostri complimenti per Mad Pride, che comprende, oltre alla nota e festosa parata annuale, il progetto di reinserimento lavorativo Matti a Cottimo, una (seppur “raffazzonata”) attività in ambito culturale, con l’arte visiva di Cosimo Cavallo, musica e rassegne teatrali, di cui una in arrivo ad ottobre in occasione della settimana della salute mentale.
Com’è andata?
Per noi è stata una grande occasione, abbiamo ospitato assemblee dell’ascolto per tre giorni con ospiti come l'etnopsichiatra Roberto Beneduce, confronti con specialisti e persone che vivono o lavorano a contatto con la follia. La metodologia che Mad Pride vuole assumere richiede molto impegno: l’accoglienza nei confronti del delirio, lo studio della sua origine sociale. Mad Pride lavora sulla relazione più che su progetti sanitari, ed in questi giorni c’è stato un effettivo confronto sul tema. Al contempo si sono messe in evidenza carenze di tipo sanitario, a partire dallo stabile, che è stato costruito nel 2005 e mai usato, di cui ora però si sente dire che sarà destinato all’accoglienza di persone con problemi psichiatrici.
D’altro canto è emersa una problematica, lavorando sull'accettazione in toto del delirio : si è generata una scissione nel gruppo fra chi voleva portare avanti un percorso politico dialettico con le istituzioni, ed un’altra parte che voleva “fare la guerra”; ed anche questa seconda visione è il succo del lavoro che noi di Mad Pride stavamo facendo, non una sua deriva. Questa problematica può essere una importante risorsa per il Mad Pride: è la prova del nove, ciò su cui è fondamentale lavorare, altrimenti possiamo anche non andare avanti.
D’altro canto è emersa una problematica, lavorando sull'accettazione in toto del delirio : si è generata una scissione nel gruppo fra chi voleva portare avanti un percorso politico dialettico con le istituzioni, ed un’altra parte che voleva “fare la guerra”; ed anche questa seconda visione è il succo del lavoro che noi di Mad Pride stavamo facendo, non una sua deriva. Questa problematica può essere una importante risorsa per il Mad Pride: è la prova del nove, ciò su cui è fondamentale lavorare, altrimenti possiamo anche non andare avanti.
Dopo lo sgombero di ieri, la situazione appare incerta. Che obiettivi perseguite ora?
Allo scopo di valorizzare un percorso insieme terapeutico e di vita attiva nella cittadinanza, ci serve una sede operativa.
In un contesto culturale come il vostro, evidentemente critico nei confronti dei paradigmi della psichiatria, si pone comunque una linea di discrimine fra una condizione di salute ed una di malattia?
Secondo me il punto è nella relazione, non tanto nell’individuo. Noi stessi siamo fatti di relazioni e molto spesso il proprio modo di essere viene a crearsi non autonomamente -fermo restando che non esistono normalità ed anormalità- ma si struttura tramite le relazioni. Se uno sente disagio, significa che avverte un qualcosa che non funziona. Interessante è cercare di capire (in un’ottica che valuta la follia come risorsa) che cosa porta quel disagio all’interno del sistema relazionale, perchè non credo che esista un matto, ma una diagnosi finalizzata al reintegro di comportamenti “strani” nell’alveo della normalità. Occorre una messa in discussione dei paradigmi, capire che l’essere umano con le sue relazioni è dinamico ed in adattamento continuo, e se qualcuno non si sta adattando occorre creare un contesto nuovo perchè ciò avvenga. Certamente ambizioso, il nostro progetto è di dare voce ai pazienti ed ex pazienti a livello politico-sociale, in maniera tale che la definizione anche concettuale di salute mentale non sia più in possesso dei medici, ma di tutta la cittadinanza.
Non disdegni il termine “disagio”: se ne può desumere che esistano gerarchie qualitative dei modi di essere?
In ogni persona è evidente la ricerca del non star male, e molto spesso con disagio intendiamo un bisogno che non viene soddisfatto: questo bisogno basilare rischia di andare a sfociare nello stigma. Chiaramente si può parlare di gerarchie qualitative solo stando ai paradigmi psichiatrici , che hanno il principale scopo di autoalimentarsi. Non ci sono modi migliori e peggiori di vivere. Tuttavia, col nostro sistema di welfare, chi è malato psichiatrico riceve una pensione di 280 euro, e non trova lavoro. Risulta così predeterminata la sua possibilità di guadagno, di lavoro, di vita. Con la pensione di invalidità psichiatrica perdi credibilità lavorativa, autostima, la tua stessa soggettività -che va a strutturarsi sulla base di ciò che di te pensano gli altri. Un’etichetta invalidante quale quella di psicotico ti fa diventare tale. Ma più ancora che un cambiamento nella prassi psichiatrica, va rimesso in discussione il legame sociale che la precede: la psichiatria starà lavorando male fintanto che esisteranno aree di disagio implicitamente ammesse. Serve un contributo da parte di cittadini che non lavorino in quel momento sulla propria diagnosi, ma sulla salute mentale in quanto elemento sociale.
Cosa intendete precisamente con Mad Pride? Come coniugate l’essere orgogliosi della propria follia e l’iniziare un percorso terapeutico di uscita dalla stessa?
L’orgoglio di essere matti per me è quello di vivere la follia con lucidità: sarebbe ipocrita negare della follia il disagio sociale che rende, così come negarne la bellezza. Il primo modo per affrontare la follia è riuscire a comunicare alla cittadinanza che non c’è un modo di essere al mondo che sia migliore rispetto ad altri, ma sottolineare di ognuno l’umanità. Sbagliamo se non permettiamo alle persone di esprimere questo problema, per farsi aiutare dagli altri a renderlo comunicabile. Per me qua sta il significato di Mad Pride: la follia, col suo potenziale dirompente di rinnovamento dei rapporti umani, deve essere comunicata. Non deve diventare l’orgoglio della propria diagnosi: “sono questo, sono stato giudicato secondo questi parametri e ne sono orgoglioso”; dovrebbe invece essere l’orgoglio di ciò che si è e si sta vivendo, ciò che sta dietro la diagnosi. In un certo senso è la patata bollente che porta il Mad Pride, che non c’è l’orgoglio della diagnosi, ma quello di vivere quel momento della propria vita in quel modo, perchè rappresenta un bisogno, della cui soddisfazione la società intera dovrebbe farsi responsabile.
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Seguite Torino Mad Pride in giro per la città, su internet, ed anche su www.radiobandalarga.it.
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