martedì 4 febbraio 2014

corso di filosofia casuale: henri bergson, quello del tempo

cerchiamo di farcela stringatamente, che l'esame è domani e i filosofi di cui saper qualcosa sono 94.

bergson fu abbastanza un gaggio. unì l'avere idee brillanti al saperle scrivere bene, in un unico gracile corpo d'ebreo (già, anche lui). per orientarsi nel mondo, distinse fra intuizione ed intelligenza, la seconda delle quali utile, pratico-operativa, analitica: perfetta per la scienza e per l'homo faber. ma è l'intuizione dell'homo sapiens che permette di cogliere con scienza assoluta il reale: occorre, per fare metafisica come si deve, rinunciare ai concetti ed al linguaggio, entrambi validi strumenti di frammentazione e misurazione, fuori luogo nella ricerca della vera realtà. insomma, fu uno spirituale.
ehilà!
visse e studiò a parigi, dal 1859 al 1941. pubblicò quattro opere da ricordarsi:
1)saggio sui dati immediati della coscienza, 1889: gli stati empirici non possono essere misurati empiricamente, non si può dire quanto uno sia felice. le percezioni stesse subiscono mutamenti qualitativi che rendono vano il tentativo di studiarle con gli strumenti scientifici. il tempo, eccoci qua: il succo del pensiero di bergson sta nella distinzione fra durata reale (il tempo vissuto, che si costituisce di una somma dei precedenti in continua espansione) e tempo spazializzato (quello segmentato in istanti t1 t2 t3 tutti di eguale valore matematico: ottimo per la descrizione del mondo inorganico)
2)materia e memoria, 1896: la materia è un insieme di immagini, intendendo per immagine qualcosa che sta a metà fra la rappresentazione e la cosa. il mio corpo è un'immagine, ma della quale sento le affezioni, la vivo da dentro: esso funge da selezionatore fra le altre immagini, guidandomi a quelle più utili al soddisfacimento dei bisogni: ecco la percezione, che non è quindi uno strumento asettico, ma agisce già in vista di uno scopo, modificando la realtà materiale.  esistono invece due tipi di memoria: memoria abitudine, quella dei meccanismi motori; e memoria pura, che è la durata reale della coscienza, i "ricordi indipendenti". fondamentalmente la prima si riduce al livello biochimico, mentre la seconda, che è in costante correlazione ad essa, è oltre. "in una coscienza c'è infinitamente di più che nel cervello corrispondente."
3)l'evoluzione creatrice, 1907 la durata reale si applica ora all'universo, comprendendovi anche il mondo inorganico. v'è un Tutto unico il cui slancio vitale si ramifica tramite l'evoluzione nelle diverse specie, in continuo movimento che non si può dire né meccanico né finalistico, ma che è la durata reale. la materia è il limite interno alla forza stessa, che ricade su se stessa quando esaurisce le sue possibilità di sviluppo.
4)le due fonti della morale e della religione, 1932: eppure, bergson non si ritenne panteista, e questo si può verificare nel suo ultimo masterpiece. per far trionfare lo slancio vitale, occorre ripudiare la società chiuse per abbracciare quelle aperte, le religioni statiche per quelle dinamiche. vivere il misticismo dei grandi personaggi e non la religione naturale, che pur ha avuto un suo ruolo storico in quanto finalizzata a controbilanciare la tendenza autodistruttiva dell'intelligenza. al problema della tecnica dedica l'ultima parte del libro, invocando un supplemento d'anima come sola possibilità di governare un corpo sempre più ingigantito da protesi meccaniche.

da dire che ebbe una fruttuosa collaborazione con james il pragmatico, che mi ristudierò più tardi, e che si riempirono di complimenti a vicenda, ma secondo me quelli di bergson erano un po' per cortesia verso l'anziano collega preso bene dei suoi scritti. detta proprio a naso, poi non so.

always remember,
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